E' il capitolo peggiore che abbia mai scritto... sinceramente me ne vergogno persino un po' xD che cagata... okok, perdonate il linguaggio un po' arcaico, ma tenete conto che si parla del 334 a.C. ... buona lettura e pace alla mia anima buona che morirà di vergogna... amen xD
Chapter 3Oh, si. Diventammo amici, e molto. Era l’unico che riusciva a capirmi davvero, Efestione… in effetti devo ammettere che più di una volta mi sono scoperto a pensare cose.
Me ne stavo seduto sul letto per ore, a contemplare quello che era un ciondolo d’oro dalla forma piatta e ovale, al cui centro era incastonato quel dente regalatomi circa dieci anni prima. Mi tormentavo un ricciolo biondo, quasi come se fosse colpa sua se soffrivo… Strappavo fogli di papiro egiziano, sognando un giorno una vita laggiù, nel deserto, lontano dalla Macedonia… e con Efestione. No, mi dicevo, che diavolo stai pensando? Ma ogni volta che stavo male bastava il pensiero di Efestione a tirarmi su.
E quella sera non era diversa dalle altre. Sdraiato a pancia in su sul mio letto, i piedi sul cuscino e la testa che penzolava pesantemente oltre il bordo in fondo, osservavo le tende scarlatte del baldacchino, completamente tirate su per permettere alla luce del tramonto di illuminare il mio viso.
Non passò molto tempo prima che iniziassi a respirare affannosamente, con la testa che doleva per la posizione poco intelligente.
Qualcuno bussò alla porta, facendomi sobbalzare. Mi tirai subito su a sedere e dissi:
- Avanti, è aperto. Mi si presentò davanti quel ragazzo con l’aria innocente di un bambino, i capelli castani lunghi fino oltre le spalle e gli occhi del colore del mare di quella grande isola, la Sardegna.
- Efestione! Efestione si chiuse la porta alle spalle e avanzò, piano e tranquillamente.
- Perdonami, Alessandro, per l’ora tarda. Tua madre Olimpiade dice che non esci da questa stanza da tre giorni. Ero… preoccupato.Adoravo quando era preoccupato. Per la verità lo adoravo sempre… Mi alzai in piedi e aprii la grande finestra, facendogli strada verso il terrazzo. La luce rossa del tramonto irradiava qualunque cosa toccasse. Le nuvole tinte di rosa adornavano il cielo di Macedonia, facendolo sembrare un dipinto del grande Apelle.
- Temo, Alessandro – incominciò Efestione
– Temo che tuo padre stia… diciamo, cercando nuovi lussi. Non so se mi spiego bene. - Se ti stai riferendo al matrimonio con Euridice, lo so. Lei è perfino incinta.
- Così presto?Calò un silenzio di tomba. Entrambi guardavamo l’orizzonte, persi nei nostri pensieri più profondi. Non sapevo bene perché, ma mi sembrava che Efestione mi osservasse. Sembrava prendere mentalmente nota di tutti i miei movimenti, dal ritmico movimento del torace quando respiravo al battito di ciglia. Mi voltai verso di lui e lo guardai negli occhi.
- Qualche cosa ti impensierisce, vero, Efestione?
- Non lo so. Non ne sono certo – rispose, con espressione quasi sofferente.
Gli presi una mano e parlai sinceramente.
- Puoi esprimerti in libertà, se credi. Non temere, nessuno sarà messo a parte delle tue preoccupazioni – tentai di tranquillizzarlo: avevo notato che il suo labbro inferiore fremeva, quasi impercettibile.
- Non è proprio una… preoccupazione. È un dubbio. Sento qualcosa di strano, dentro di me, qualcosa di incredibilmente forte. E non so se posso permettermi di provare un sentimento simile. Forse farei meglio a tacere, sbollendo la mia paura nel silenzio, ma non posso fare a meno di chiedermi se non debba invece parlare e accettare le conseguenze.All’improvviso capii: forse per il mio ego gigantesco, forse perché avevo compreso davvero appieno le parole di Efestione, strinsi più forte la sua mano tra le mie.
- Credo di aver capito di che cosa parli, amico mio. È una sensazione di cui sono partecipe anche io. Ti comprendo, Efestione, e ti imploro, ti… ti scongiuro! Parlamene.Mi aspettavo quasi che si arrabbiasse, che mi dicesse di non sopravvalutarmi. Invece fece una cosa strana: mi abbracciò. Lo strinsi a me. Non ce ne rendemmo neppure conto. Era già fatta. Mi resi conto improvvisamente che lo stavo
baciando. Restammo sul balcone così, stretti l’uno all’altro, con le lacrime agli occhi. Non mi importava se tutta la città di Pella poteva vederci, e credo nemmeno a lui. Era meraviglioso. Non dovevo pensare a nulla, solo a Efestione e al fatto che potevamo veramente essere insieme, più che amici e ancora non proprio amanti.
Notai che sussurrava qualcosa.
- È meraviglioso…
- È molto di più: è una cosa solo nostra, che nessuno mai potrà cambiare.
- Alessandro…
- Si?
- …
- …
- Sai, credo… credo di amarti.
- Anche io.